💠 San Tommaso D'Aquino





Tanto vale la Celebrazione della Santa Messa, quanto vale la Morte di Gesù in Croce.
 (San Tommaso d’Aquino)

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Il sorgere dell’astro d'Aquino
San Tommaso nacque nel 1225 circa a Roccasecca, dal ramo cadetto dei d'Aquino. Il padre, Landolfo, fu uomo d'arme fin dalla gioventù e condottiero di milizie, ma mostrò anche attitudini per la cultura e capacità di governo, quale giustiziere di Terra di Lavoro, e fu uomo retto e religioso.
La madre, Teodora, era anch'essa di nobile famiglia e dotata di grandi virtù familiari, ma non era esente da una concezione piuttosto dispotica dell'autorità materna.
 
Medaglia in bronzo dedicata a San Tommaso d'Aquino (collezione Francesco di Rauso, Caserta) clicca sull'immagine per ingrandire
L'ambiente familiare si distingueva per la sincera pratica della religione, pur tra le asprezze della vita feudale, ed esercitò un influsso notevole sulla formazione del carattere di Tommaso, che conservò sempre per i suoi congiunti un tenero affetto, nonostante la breve, dolorosa parentesi dell'opposizione alla sua vocazione religiosa.
L'educazione  presso i Benedettini
All'età di cinque anni Tommaso fu condotto al Cenobio di Montecassino, che brillava come un faro di luce per la pietà e la cultura dei suoi monaci, presso la tomba di San Benedetto, il Patriarca del Monachesimo occidentale.
Il piccolo Tommaso era offerto a Dio dai geni­tori, spinti dal desiderio di avere un figlio consacrato al Signore, anche se non mancava un po' di orgoglio feudale, che faceva presagire nel fanciullo il futuro capo della potente abbazia.
Ma c'era nel gesto anche un motivo politico, perché, nel 1229, la rocca di Montecassino, considerata un baluardo della potenza papale, era stata assalita e sconvolta dalle milizie di Federico II, con l'appoggio dei d'Aquino. Quando, nel luglio del 1230, a San Germano, fu segnata la pace fra l'Imperatore e il Papa, i d'Aquino, offrendo il loro figlioletto all'abbazia, vollero dare una garanzia dei loro nuovi sentimenti di pace e di amicizia.
Tommaso trascorse a Montecassino circa nove anni, fino al 1239, quando Federico II riprese la lotta contro il Papa e l'abbazia fu di nuovo sotto la minaccia delle armi imperiali, per cui i d'Aquino posero al sicuro il figlio, richiamandolo in famiglia per poi inviarlo a Napoli, a continuare gli studi presso l'Università.
L'educazione benedettina, semplice ed aristocratica, familiare ed austera, lasciò un solco indelebile nella personalità di Tommaso, temprandolo al silenzio contemplativo, all'amore per lo studio, all'attivo dominio di sé, alla pietà affettiva, al gusto per la liturgia, che si manifesterà soprattutto quando comporrà l'ufficio e gl'inni mirabili per la festa del «Corpus Domini».
E' storicamente accertato l'episodio di Tommaso fanciullo che, passeggiando meditabondo sotto gli austeri chiostri o spaziando lo sguardo verso i cieli sconfinati e i lontani orizzonti, chiedeva insistentemente ai suoi maestri: «Ditemi chi è Dio? »
Erano i primi sprazzi del suo genio indagatore.
La giovinezza all’Università di Napoli
Dal mistico raccoglimento monastico, dopo alcuni mesi trascorsi nel caldo clima della famiglia, l'adolescente Tommaso si trasferiva nella vita libera e movimentata dell' Ateneo napoletano.
Il brusco passaggio a condizioni ambientali così diverse dalle precedenti avrebbe potuto provocare in lui una crisi fatale; ma la sua forte struttura morale, ancorata a salde convinzioni e sempre pronta ad attingere energie soprannaturali dalla preghiera e dalla vita sacramentale, lo preservò dalle cadute, ed egli continuò, nello studio e nella meditazione, l'appassionata ricerca della verità, iniziata all'ombra del cenobio benedettino. L'università di Napoli era famosa in tutta l'Europa, perché Federico II vi aveva chiamato insigni docenti e aveva assicurato agli studenti agiate condizioni di vita, perché potessero dedicarsi con profitto agli studi. San Tommaso vi frequentò la Facoltà delle Arti che comprendeva il trivio e il quadrivio. Il trivio corrispondeva, in qualche modo, ai corsi di cultura umanistica e filosofica, mentre il quadrivio si estendeva allo studio delle scienze naturali.
Uno dei maestri di Tommaso fu Pietro d'Ibernia, chiamato da Pier delle Vigne, in nome di Federico II, a ricoprire la carica di titolare del quadrivio. Era un profondo conoscitore di Aristotele, su cui scrisse importanti commenti e tenne dotte dispute, fra cui rimase celebre quella tenuta alla presenza del re Manfredi. Il giovane Tommaso veniva così a contatto con le opere del sommo filosofo greco, che un giorno avrebbe sapientemente utilizzato nel magistero e negli scritti.
Una prova del profitto con cui Tommaso si dedicò agli studi è data dal fatto che egli fu scelto dai maestri a fare da ripetitore, ossia da assistente di cattedra. La vasta cultura, e la chiarezza dell'esposizione e la modestia del tratto gli conquistarono la stima e l'affetto dei colleghi studenti, i quali provarono un vivo rimpianto nell'apprendere che Tommaso lasciava l'ambiente universitario, per consacrarsi alla vita religiosa.
La vocazione
Verso la fine del 1243 il giovane studente diciottenne decise di entrare nell'Ordine dei Frati Predicatori, che si era ormai diffuso nelle principali città dell'Europa, col compito principale di difendere e diffondere le verità della Fede, soprattutto con l'insegnamento e la predicazione.
A Napoli i Domenicani avevano aperto un convento fin dal 1231, con una scuola di Teologia, ed esercitavano un apostolato attivissimo fra la gioventù studentesca.
Tommaso scelse come guida spirituale fra Giovanni di San Giuliano e si sentì fortemente attratto dall'ideale domenicano. La sua scelta non era nata da un effimero entusiasmo, ma era la conseguenza di una decisione consapevolmente maturata nella meditazione e nella generosa risposta all'invito della Grazia. Il motto programmatico dei Domenicani: «contemplata aliis tradere» gli si presentò pienamente congeniale e decise di consacrare tutta la sua vita alla contemplazione e alla irradiazione della verità.
Ma la sua vocazione fu violentemente contrastata dalla famiglia, che, nella decisione presa dal giovane senza il consenso dei genitori, vedeva una ribellione all'inflessibile disciplina familiare e soprattutto vedeva svanire tutti i sogni di grandezza terrena, vagheggiati per il futuro del figlio. La madre stessa, pur dotata di forti virtù domestiche, ordinò ai figli Rainaldo e Landolfo, accampati ad Acquapendente con le milizie di Federico II, di catturare il fuggitivo in rotta per Bologna. Raggiuntolo a Bolsena lo rinchiusero nel castello di Roccasecca, dove, all’insaputa della madre, ordirono un ignobile attentato alla virtù di Tommaso, ma l’intrepido giovane fugò l’ignobile tentatrice con un tizzone ardente. Intanto giunsero al castello le sorelle per cercare di piegare con la tenerezza dell’affetto quell’indomita volontà. Ma né la prigionia nelle fortezze di Monte San Giovanni e di Roccasecca, né l'ignobile attentato tramato dai fratelli, né le lacrime delle sorelle poterono smuovere quell’eroica fermezza. Liberato dalla prigionia, dopo un breve periodo trascorso nel convento di San Domenico a Napoli e poi in quello di Santa Sabina a Roma, Tommaso fu inviato fuori d'Italia e affidato al più celebre maestro di quel tempo, frate Alberto di Colonia, che passerà alla storia col nome di Sant'Alberto Magno.
Il periodo presso Sant’Alberto
Prima a Parigi, poi a Colonia, Tommaso seguì le lezioni di Alberto Magno.
Chiuso nella sua modestia, il giovane domenicano italiano sembrò ai condiscepoli impacciato e tardo d’ingegno, per cui, con una punta d'ironia, gli affibbiarono il nomignolo di «bue muto». Ma vennero presto le occasioni a svelare l'acume del suo intelletto.
Un condiscepolo si era offerto a fargli da ripetitore, ma dovette presto accorgersi che l’allievo, con tutta semplicità, invertiva le parti e dava all'incauto, improvvisato maestro spiegazioni così lucide e profonde da costringerlo a riconoscere e manifestare l'ingegno superiore di Tommaso.
Un'altra volta cadde in mano ai condiscepoli, non si sa come, una pagina di appunti presi da Tommaso alle lezioni di Alberto; e dovettero con grande stupore ammettere che non si trattava di un semplice, anche se preciso, riassunto delle lezioni, ma di un profondo ripensamento delle questioni trattate.
Ma la prova più decisiva venne in occasione di una pubblica disputa, nella quale Tommaso aveva il compito di espositore e difensore di una tesi teologica, mentre il maestro stesso, frate Alberto da Colonia, svolgeva il ruolo di contraddittore.
Le obiezioni incalzavano sempre più serrate e insidiose e Tommaso calmo e sereno le risolveva lucidamente, mostrando una tale padronanza della materia da strappare gli applausi del maestro e dei condiscepoli.
Il giovane italiano rimaneva umile nel suo trionfo. Stimava talmente il valore della sincerità che, giovane, non si sottrasse all'invito di alcuni suoi confratelli burloni, che gli dicevano: "Tommaso, vieni a vedere un bue che vola!". Taciturno, era chiamato dai suoi condiscepoli “il gran bue muto di Sicilia" (così i confratelli tedeschi, per i quali tutta l'Italia era Sicilia): ma Alberto Magno, suo maestro, che ben lo conosceva, rivolto agli allievi, esclamò: «Voi lo chiamate bue muto, ma egli darà  tale muggito nella dottrina che tutto il mondo ne risuonerà».
Con intuizione sicura e precisa, Alberto svelava la natura eccezionale dell'allievo, predicendone la grandezza e avviando il giovane verso la luce della notorietà. Un giorno lo chiamerà «la luce e la gloria del mondo». A Colonia Tommaso fu ordinato sacerdote e si confermò nella sua vocazione di discepolo e predicatore della Verità.
Spesso durante la Messa si commuoveva fino alle lacrime. E quando passava a piedi per i campi, i contadini meravigliati dalla sua imponenza si voltavano verso di lui. Amante della verità sopra ogni cosa, consacrava tutto il suo tempo alla riflessione. Cosicché anche durante i pasti egli continuava a pensare, e i suoi confratelli potevano cambiagli le pietanze nel piatto senza che egli se ne accorgesse.
Dalla cattedra di Parigi
Nel 1252, Tommaso, ventisettenne, lasciava la Germania, perché il maestro lo aveva proposto per l'insegnamento della teologia a Parigi, all' università della Sorbona, che era uno dei primi centri intellettuali dell'epoca. Il compito affidatogli era grande e difficile, ma egli che non aveva sollecitato l'onore, si piègò all'ubbidienza, ponendo tutte le forze del suo ingegno e tutto l'impegno della sua tenace volontà nell'approfondimento delle verità teologiche.
Dal 1252 al 1256 svolse il suo insegnamento in qualità di baccelliere biblico, il cui compito era di commentare i Libri Sacri, e, nel 1256, iniziò il corso dottorale. Fin dalla prolusione suscitò entusiasmo per la chiarezza dell'esposizione, la profondità delle argomentazioni e la larghezza di visuale.
Proprio in quegli anni si scatenò a Parigi una lotta accanita da parte dei maestri secolari della Sorbona contro i religiosi domenicani e francescani che, con l'opera e l'insegnamento, suscitavano sempre più vasta ammirazione fra gli studenti e la popolazione. Gli avversari ricorsero anche a libelli ingiuriosi e calunniosi, tendenti prima a ridurre e poi a togliere ai maestri religiosi la facoltà di insegnare; e riuscirono anche a brigare presso i prelati della Curia Romana fino a impressionare il Papa Innocenzo IV che, ingannato dai calunniatori, ritenne opportuno restringere e quasi sopprimere i privilegi degli Ordini religiosi, che insegnavano alla Sorbona. Ma il successore Alessandro IV seppe sventare le mene dei calunniatori e abolì tutte le restrizioni, reintegrando Francescani e Domenicani nei loro diritti.
Nell'imperversare della tempesta, Tommaso continuò l'insegnamento con una serenità che gli veniva dalla volontà ferrea e dalla piena consapevolezza della sublimità della sua missione. E quando gli avversari tentarono di colpire la libertà d'insegnamento e la stessa libertà religiosa, egli intervenne a difendere la nobile causa con la sua vasta scienza e il suo vigore di polemista.
Nell'opuscolo «Contra impugnantes Dei cultum et religionem» difese l'ideale degli Ordini religiosi e il loro diritto d'insegnare e di predicare l'eterna Verità.
Gli avversari continuarono a tramare nell'ombra, e Tommaso scrisse, fra il 1269 e il 1270, altre due opere «De perfectione vitae spiritualis» e «Contra pestiferam doctrinam retrahentium homines a religionis ingressu».
San Raimondo da Pennafort e il Maestro generale dei Domenicani, Umberto de Romans, incaricarono San Tommaso di un manuale chiaro e preciso di sintesi della filosofia cristiana. Era necessario che i futuri evangelizzatori acquistassero una buona conoscenza delle lingue dei popoli che volevano convertire. Ma si richiedeva soprattutto una preparazione filosofica adeguata, per dare una base razionale alla esposizione della dottrina cristiana e confutare le obiezioni che venivano mosse contro la fede dai pensatori arabi e giudaici, che facevano riferimento anche alla filosofia greca, in particolare al platonismo e all'aristotelismo.
San Tommaso, nel 1251, iniziò, con  fervore missionario, l'opera richiesta, che fu intitolata:«Summa contra gentiles» o «Liber de veritate fidei christianae contra errores infidelium».
E' una vera apologia delle verità cristiane contro gli errori di tutti i tempi; piena di rispetto e amore  verso gli erranti, ma ferma e implacabile contro gli errori.
Il decennio trascorso in Italia fu straordinariamente operoso: insegnamento in varie città (Anagni, Orvieto,Viterbo) al seguito della Corte Pontificia, in qualità di Capo della scuola teologica della Curia papale; Ufficio di Predicatore generale dell’Ordine, che lo impegnava a occuparsi degli studi e delle scuole domenicane; intensa attività del ministero sacerdotale, particolarmente con la predicazione; e dal 1265 al1267, moderatore degli studi al convento di Santa Sabina a Roma che lo aveva accolto agli inizi della  vita religiosa. Tornato a Parigi nel 1268, venne coinvolto in una controversia con il filosofo fiammingo Sigieri di Brabante e altri seguaci del filosofo arabo Averroè. Tommaso conciliò fede e intelletto e realizzò una sintesi filosofica (che poi accordò con la Bibbia e la dottrina cattolica) delle opere e degli insegnamenti di Aristotele e di altri filosofi antichi; di Agostino e altri padri della Chiesa; di Averroè, Avicenna e altri studiosi islamici; di pensatori ebrei come Maimonide e Avicebron e di precedenti filosofi della tradizione scolastica.
Pur così impegnato, egli delineava l’opera che più di ogni altra avrebbe portato l’impronta del suo genio, la «Summa Teologica», composta parte in Italia, fra il 1266 e il 1268, parte nella sua seconda permanenza a Parigi fra il 1269 e il 1272, e continuata a Napoli tra la fine del 1272 e il 1273. Scopo del Santo era quello di dare ai giovani studenti domenicani un manuale di teologia che non si esaurisse nelle aule scolastiche, ma desse una chiara e sistematica esposizione delle verità rivelate a coloro che dovevano essere maestri di cultura a tutto il mondo intellettuale. La Summa si sviluppa in tre parti.
Nella prima tratta i grandi argomenti dell’ esistenza di Dio.
Nella seconda parte tratta della morale, in cui è studiato l’uomo che, essendo dotato di intelligenza e di libera volontà, è padrone e responsabile dei suoi atti e con la suo opera deve rivolgersi a Dio, Fine Supremo. Analizza la vita emotiva e la psicologia delle passioni da ordinare e illuminare come forze potenti per la vita morale. Esamina le virtù intellettuali e teologali. Pone l’etica come cardine di tutte le scienze sociali e giuridiche.
Nella terza tratta dei problemi cristologici.
Tommaso è il principale esponente della filosofia scolastica del 1200. Egli cercava di riallineare la filosofia aristotelica al Cristianesimo. La filosofia scolastica partiva dal presupposto secondo cui l'intelligenza umana è in grado di raggiungere la verità mediante il metodo speculativo e assumeva che esistono tre diversi ordini di verità a cui rivolgere la speculazione.
Il suo sistema filosofico, detto "tomismo", costituì per secoli il filone principale sia della dottrina teologica sia dell'insegnamento etico sia della visione del mondo della Chiesa cattolica.
L'opera di Tommaso segna una tappa decisiva nella storia della filosofia e al suo sistema, detto "tomismo", si rifecero per secoli il pensiero cattolico e la dottrina teologica. In alcune encicliche papa Leone XIII e papa Pio XII riconobbero nella filosofia tomista la guida più sicura per la dottrina e l'istruzione scolastica cattolica, scoraggiando qualunque allontanamento da essa. In epoca contemporanea, il neotomismo rappresenta ancora una fra le principali scuole di pensiero; tra i pensatori che si confrontarono con il pensiero di Tommaso vi furono i filosofi francesi Jacques Maritain ed Etienne Gilson.
Accanto alla tematica del giusto prezzo di Aristotele dagli scolastici veniva formulata la teoria del "giusto salario", ossia quella che mantiene al lavoratore un livello di vita adeguato alla sua condizione sociale. Secondo gli scolastici il giusto prezzo doveva garantire la giustizia commutativa, cioè lo scambio uguale, in modo che nessuno, dallo scambio di merci, potesse ottenere più di quanto dava. Per quanto riguarda la MONETA essa, a differenza delle merci reali, che possedevano un "valore intrinseco", aveva un valore convenzionale. Appunto tra gli scolastici predomina una teoria convenzionalista della moneta: la moneta è un segno ed è stata inventata dagli uomini per misurare il valore delle merci ed agevolare gli scambi; è un bene fungibile che si consuma con l'uso. Da qui la condanna all'usura. In Tommaso D'Aquino troviamo infine il tentativo di giustificare la proprietà privata: Dio ha creato la terra per tutti gli uomini, nessuno può arrogarsi un diritto che privi gli altri uomini dell'uso dei beni creati. Nonostante ciò la proprietà privata può essere giustificata come stimolo al lavoro perciò va intesa come una forma di concessione che la comunità fa all'individuo e va esercitata come un servizio.
La metafisica di Tommaso è essenzialmente la metafisica aristotelica tramandata dagli Arabi. La differenza fondamentale è nell'introduzione del concetto di atto e potenza applicati non solo al mondo sensibile, ma anche a livello ontologico.
Per San Tommaso l’essenza è potenza dell'esistenza. Possiamo chiamare  l'esistenza atto d'essere, usando il termine di Tommaso, o semplicemente essere.

 
L'estasi
Nel 1269 San Tommaso era di nuovo nominato maestro di teologia dell'Università di Parigi, dove già si era affermato, suscitando l'entusiasmo degli allievi e il rispetto degli stessi avversari.
Dopo un triennio, fervido di opere e di attività, fu richiamato in Italia; partecipò a Firenze al Capitolo generale dei Domenicani, dove fu deciso di aprire un nuovo studio generale dell'Ordine a Napoli, e di affidare l'insegnamento a San Tommaso.
Passando per Roma, il Santo rivide la pia sorella Teodora col marito conte Ruggiero di Sanseverino, ch'era stato costituito da re Carlo d'Angiò suo vicario nell'Urbe; tornò brevemente ai paesi della sua fanciullezza; provvide a sistemare la tutela del figlioletto della sorella Adelasia, rimasta vedova del conte di Traetto.
San Tommaso fu a Salerno dove tenne  una serie di lezioni straordinarie nella celebre Scuola Medica  che aveva sollecitato l’onore ed il decoro della parola del Santo.
Rivide Napoli dopo ben ventisette anni e iniziò subito le sue lezioni nella scuola domenicana, ch'era riconosciuta come Facoltà teologica dell'Università, con regio assenso di re Carlo, che fissò anche lo stipendio dovuto al grande maestro.
L'Università di Napoli, anche in periodi di acceso laicismo, ha sempre considerato suo vanto e decoro il magistero universitario del Santo Dottore, che nel 1852 fu proclamato celeste patrono dell' Ateneo.
Le lezioni del maestro erano seguite da numerosi alunni e anche da persone insigni tra cui cui l'arcivescovo di Capua e l'arcivescovo di Salerno, Matteo Della Porta.
Oltre ad attendere all'insegnamento e alla compilazione di opuscoli apologetici e filosoficoteologici, il Santo si dedicava al sacro ministero della predicazione. Nel 1273 predicò il Quaresimale nella chiesa napoletana di San Domenico e, fatto nuovo per quei tempi, invece del latino, usò la lingua volgare, per poter essere accessibile a tutti.
Intanto attendeva al completamento della terza parte della Somma Teologica. Egli non era freddo, distaccato ragionatore, ma andava alla verità con tutta l'anima. Il pensatore e il santo erano due aspetti indissolubili della sua personalità. Per dedicarsi completamente al servizio della verità, aveva rifiutato alte cariche ecclesiastiche, quali la nomina ad abate di Montecassino, consentendogli di conservare il saio domenicano, e la nomina ad arcivescovo di Napoli. La profonda umiltà e la purità angelica, eliminando l'orgoglio dello spirito e l'orgoglio della carne, permisero al suo genio di spaziare nei cieli del sapere, mentre la preghiera e la contemplazione gli aprirono le sorgenti della Sapienza celeste.
Il 6 dicembre 1273, mentre celebrava nella chiesa di San Domenico a Napoli, fu rapito in estasi e dovettero scuoterlo, per farlo tornare alle normali occupazioni, ma da quel giorno non volle più scrivere.
Al confratello fra Reginaldo da Piperno, che gli faceva continue, dolci insistenze a riprendere la penna, per completare la Somma Teologica, Tommaso disse:
«Tutto quello che ho scritto mi sembra un pugno di paglia a paragone di quello che ho visto e mi è stato rivelato. E' venuta la fine della mia scrittura, e spero che sia vicina la fine della mia vita».
Chiamato dal Papa Gregorio X a partecipare come esperto al Concilio di Lione, insieme con altri insigni teologi del tempo (Sant'Alberto Magno, San Bonaventura da Bagnoregio, Pietro di Tarantasia) fu colto da improvviso malore lungo il viaggio, e fraternamente ospitato dai monaci di Fossanova nel Lazio. Erano con lui anche fra' Giacomo da Salerno, umile fratello laico domenicano, che fu addetto al servizio di San Tommaso, e fra Reginaldo da Piperno suo confessore.  Riferisce il suo biografo Guglielmo da Tocco, fra Giacomo e fra Reginaldo furono testimoni di un’estasi che san Tommaso ebbe a Salerno «cum esset in conventu fratrum» e un’altra che ebbe nel castello di Sanseverino.
Il sole del suo genio e della sua santità dava gli ultimi bagliori. Commentò in modo stupendo il libro sacro del Cantico dei cantici e, prima di ricevere il Santo Viatico, in umile e fervida adorazione, rinnovò la sua professione di fede: «Ricevo Te, prezzo della redenzione dell'anima mia, per il cui amore ho studiato, vegliato, lavorato. Ho predicato Te, ho insegnato Te. Non ho detto mai nulla contro di Te».
Queste parole sono il più bel compendio di tutta la sua mirabile vita e indicano il segreto della sua prodigiosa attività.
Il 7 marzo 1274, chiudeva la sua giornata terrena ed entrava nella gloria, da lui più volte pregustata nell'estasi orante.
Il Papa Giovanni XXII, trattando la sua causa di canonizzazione, scrisse: «Non dubitiamo che fra Tommaso d'Aquino sia glorioso nel cielo, perché la sua vita è stata santissima e la sua dottrina prodigiosa. Egli solo ha sparso più luce nella Chiesa che tutti gli altri Dottori».
Molte sono le reliquie di questo santo sparse nel mondo.
Il corpo si venera nella chiesa di St. Sernin. Sepolto originariamente a Fossanova, fu traslato, nel gennaio del 1369, a Tolosa dove rimase fino al 1791. In questa occasione il braccio destro fu dato ai Domenicani di Parigi che, in seguito, lo portarono a Roma dove, nella chiesa dei Ss.  Domenico e Sisto, veniva esposto ai fedeli l’8 marzo. Un’altra reliquia, sempre proveniente da un braccio, fu donata da Urbano VIII, il 15 maggio del 1633, alla chiesa della Concezione a Via Veneto.
La custodia della  reliquia della mano destra è vantata  dalla chiesa di San Domenico a Salerno. La contessa Teodora, nel 1288, aveva chiesto all’abate di Fossanova di avere come reliquia la mano destra del santo fratello. E, come narra Guglielmo da Tocco, l’abate staccò la mano destra  dal corpo del Santo e la consegnò alla contessa che dapprima la collocò nella cappella del castello di Sanseverino e poi, d’accordo con il figlio Tommaso (colui che edificò la certosa di Padula), decise di donarla alla chiesa domenicana di Salerno.
Le sue Opere
Titolo
anno
note
De ente et essentia
1255

De veritate (quaestio disputata)
1256/9

Summa contra Gentiles
1258/63

De potentia (quaestio disputata)
1259/68

Contra errores graecorum
1263

Compendium theologiae
12657

De regimine principum
1266
sec. Chenu non fu portato a termine da Tommaso stesso (Introd à l'Etude de S.Thomas, p. 287/8)
De anima (quaestio disputata)
1266

Summa theologiae
1266/73

De spiritualibus creaturis
1266/9

De unione Verbi incarnati
1269/71

De malo (quaestio disputata)
1269/72

De unitate intellectus
1270

Contra impugnantes Dei cultum
1270
in difesa della vita religiosa dei mendicanti
De aeternitate mundi
1270 (71)

Astrid Filangieri

Bibliografia:
mons. Alfonso Tisi, San Tommaso d’Aquino e Salerno, grafica Jannone Salerno, edizione febbraio 1974

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IN DIRETTA CON IL SANTUARIO DI FATIMA

JESUS OF NAZARETH

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Domenica 12 Dicembre 2010 Cari fratelli e sorelle della Parrocchia di San Massimiliano Kolbe! Vivete con impegno il cammino personale e comunitario nel seguire il Signore. L’Avvento è un forte invito per tutti a lasciare entrare sempre di più Dio nella nostra vita, nelle nostre case, nei nostri quartieri, nelle nostre comunità, per avere una luce in mezzo alle tante ombre, alle tante fatiche di ogni giorno. Cari amici! Sono molto contento di essere in mezzo a voi, oggi, per celebrare il Giorno del Signore, la terza domenica dell’Avvento, domenica della gioia. Saluto cordialmente il Cardinale Vicario, il Vescovo Ausiliare del Settore, il vostro Parroco, che ringrazio per le parole che mi ha rivolto a nome di tutti voi, e il Vicario parrocchiale. Saluto quanti sono attivi nell’ambito della Parrocchia: i catechisti, i membri dei vari gruppi, come pure i numerosi aderenti al Cammino Neocatecumenale. Apprezzo molto la scelta di dare spazio all’adorazione eucaristica, e vi ringrazio delle preghiere che mi riservate davanti al Santissimo Sacramento. Vorrei estendere il mio pensiero a tutti gli abitanti del quartiere, specialmente agli anziani, ai malati, alle persone sole e in difficoltà. Tutti e ciascuno ricordo in questa Messa. Ammiro insieme con voi questa nuova chiesa e gli edifici parrocchiali e con la mia presenza desidero incoraggiarvi a realizzare sempre meglio quella Chiesa di pietre vive che siete voi stessi. Conosco le tante e significative opere di evangelizzazione che state attuando. Esorto tutti i fedeli a dare il proprio contributo per l’edificazione della comunità, in particolare nel campo della catechesi, della liturgia e della carità – pilastri della vita cristiana – in comunione con tutta la Diocesi di Roma. Nessuna comunità può vivere come una cellula isolata dal contesto diocesano; deve essere invece espressione viva della bellezza della Chiesa che, sotto la guida del Vescovo – e, nella Parrocchia, sotto la guida del Parroco che ne fa le veci –, cammina in comunione verso il Regno di Dio. Rivolgo uno speciale pensiero alle famiglie, accompagnandolo con l’augurio che esse possano pienamente realizzare la propria vocazione all’amore con generosità e perseveranza. Anche quando dovessero presentarsi difficoltà nella vita coniugale e nel rapporto con i figli, gli sposi non cessino mai di rimanere fedeli a quel fondamentale "sì" che hanno pronunciato davanti a Dio e vicendevolmente nel giorno del matrimonio, ricordando che la fedeltà alla propria vocazione esige coraggio, generosità e sacrificio. La vostra comunità comprende al proprio interno molte famiglie venute dall’Italia centrale e meridionale in cerca di lavoro e di migliori condizioni di vita. Col passare del tempo, la comunità è cresciuta e si è in parte trasformata, con l’arrivo di numerose persone dai Paesi dell’Est europeo e da altri Paesi. Proprio a partire da questa situazione concreta della Parrocchia, sforzatevi di crescere sempre più nella comunione con tutti: è importante creare occasioni di dialogo e favorire la reciproca comprensione tra persone provenienti da culture, modelli di vita e condizioni sociali differenti. Ma occorre soprattutto cercare di coinvolgerle nella vita cristiana, mediante una pastorale attenta ai reali bisogni di ciascuno. Qui, come in ogni Parrocchia, occorre partire dai "vicini" per giungere fino ai "lontani", per portare una presenza evangelica negli ambienti di vita e di lavoro. Tutti devono poter trovare in Parrocchia cammini adeguati di formazione e fare esperienza di quella dimensione comunitaria che è una caratteristica fondamentale della vita cristiana. In tal modo saranno incoraggiati a riscoprire la bellezza di seguire Cristo e di fare parte della sua Chiesa. Sappiate, dunque, fare comunità con tutti, uniti nell’ascolto della Parola di Dio e nella celebrazione dei Sacramenti, in particolare dell’Eucaristia. A questo proposito, la verifica pastorale diocesana in atto, sul tema "Eucaristia domenicale e testimonianza della carità", è un’occasione propizia per approfondire e vivere meglio queste due componenti fondamentali della vita e della missione della Chiesa e di ogni singolo credente, cioè l’Eucaristia della domenica e la pratica della carità. Riuniti attorno all’Eucaristia, sentiamo più facilmente come la missione di ogni comunità cristiana sia quella di portare il messaggio dell’amore di Dio a tutti gli uomini. Ecco perché è importante che l’Eucaristia sia sempre il cuore della vita dei fedeli. Vorrei anche dirigere una speciale parola di affetto e di amicizia a voi, cari ragazzi e giovani che mi ascoltate, e ai vostri coetanei che vivono in questa Parrocchia. La Chiesa si aspetta molto da voi, dal vostro entusiasmo, dalla vostra capacità di guardare avanti e dal vostro desiderio di radicalità nelle scelte di vita. Sentitevi veri protagonisti nella Parrocchia, mettendo le vostre fresche energie e tutta la vostra vita a servizio di Dio e dei fratelli. Cari fratelli e sorelle, accanto all’invito alla gioia, la liturgia odierna – con le parole di san Giacomo che abbiamo sentito - ci rivolge anche quello ad essere costanti e pazienti nell’attesa del Signore che viene, e ad esserlo insieme, come comunità, evitando lamentele e giudizi (cfr Gc 5,7-10). Abbiamo sentito nel Vangelo la domanda del Battista che si trova in carcere; il Battista, che aveva annunciato la venuta del Giudice che cambia il mondo, e adesso sente che il mondo rimane lo stesso. Fa chiedere, quindi, a Gesù: "Sei tu quello che deve venire? O dobbiamo aspettare un altro? Sei tu o dobbiamo aspettare un altro?". Negli ultimi due, tre secoli molti hanno chiesto: "Ma realmente sei tu? O il mondo deve essere cambiato in modo più radicale? Tu non lo fai?". E sono venuti tanti profeti, ideologi e dittatori, che hanno detto: "Non è lui! Non ha cambiato il mondo! Siamo noi!". Ed hanno creato i loro imperi, le loro dittature, il loro totalitarismo che avrebbe cambiato il mondo. E lo ha cambiato, ma in modo distruttivo. Oggi sappiamo che di queste grandi promesse non è rimasto che un grande vuoto e grande distruzione. Non erano loro. E così dobbiamo di nuovo vedere Cristo e chiedere a Cristo: "Sei tu?". Il Signore, nel modo silenzioso che gli è proprio, risponde: "Vedete cosa ho fatto io. Non ho fatto una rivoluzione cruenta, non ho cambiato con forza il mondo, ma ho acceso tante luci che formano, nel frattempo, una grande strada di luce nei millenni". Cominciamo qui, nella nostra Parrocchia: San Massimiliano Kolbe, che si offre di morire di fame per salvare un padre di famiglia. Che grande luce è divenuto lui! Quanta luce è venuta da questa figura ed ha incoraggiato altri a donarsi, ad essere vicini ai sofferenti, agli oppressi! Pensiamo al padre che era per i lebbrosi Damiano de Veuster, il quale è vissuto ed è morto con e per i lebbrosi, e così ha portato luce in questa comunità. Pensiamo a Madre Teresa, che ha dato tanta luce a persone, che, dopo una vita senza luce, sono morte con un sorriso, perché erano toccate dalla luce dell’amore di Dio. E così potremmo continuare e vedremmo, come il Signore ha detto nella risposta a Giovanni, che non è la violenta rivoluzione del mondo, non sono le grandi promesse che cambiano il mondo, ma è la silenziosa luce della verità, della bontà di Dio che è il segno della Sua presenza e ci dà la certezza che siamo amati fino in fondo e che non siamo dimenticati, non siamo un prodotto del caso, ma di una volontà di amore. Così possiamo vivere, possiamo sentire la vicinanza di Dio. "Dio è vicino", dice la Prima Lettura di oggi, è vicino, ma noi siamo spesso lontani. Avviciniamoci, andiamo alla presenza della Sua luce, preghiamo il Signore e nel contatto della preghiera diventiamo noi stessi luce per gli altri. E questo è proprio anche il senso della Chiesa parrocchiale: entrare qui, entrare in colloquio, in contatto con Gesù, con il Figlio di Dio, così che noi stessi diventiamo una delle più piccole luci che Lui ha acceso e portiamo luce nel mondo che sente di essere redento. Il nostro spirito deve aprirsi a questo invito e così camminiamo con gioia incontro al Natale, imitando la Vergine Maria, che ha atteso nella preghiera, con intima e gioiosa trepidazione, la nascita del Redentore. Amen! ..

LOTTA CONTRO IL PAPA " PROFEZIE"

(Signora di tutti i popoli - Amsterdam) Improvvisamente vedo che davanti a me giace un cappello cardinalizio, dal quale penzolano dei nastri. Sopra vi viene tracciato un segno a forma di croce, come se il cappello venisse cancellato. Sento la Signora dire: "A Roma divampa una lotta contro il papa". Vedo dei vescovi seduti attorno al papa e odo: "Disastroso!" Poi la Signora sparisce. Il terzo messaggio dato a suor Agnese presso Akita (Giappone) il 13 Ottobre 1973 Recitate ogni giorno, la preghiere del Rosario. Col Rosario, pregate per il Papa, i vescovi e i sacerdoti . L´opera del diavolo si infiltrerà anche nella Chiesa in tale modo che vedrete cardinali contro cardinali e vescovi contro altri vescovi. I preti che mi venerano saranno disprezzati e saranno opposti dai loro confratelli. La Chiesa e gli altari saranno danneggiati. La Madonna a Melania de' La Salette (1851) Roma perderà la fede e diventerà la sede dell'anticristo. Profezia della Beata Anna Maria Taigi "...La religione verrà perseguitata e i preti massacrati. Le chiese verranno chiuse, ma solo per poco tempo. Il Santo Padre sarà obbligato a lasciare Roma."

L'INFERNO ESISTE, ESISTE IL MALE, COMBATTILO CON IL SANTO ROSARIO

L'INFERNO ESISTE, ESISTE IL MALE, COMBATTILO COME LA MADRE CI INVITA A FARE : IL SANTO ROSARIO

FATIMA

Fatima. Nella terza apparizione della Beata Vergine, 13 giugno 1917, a Francesco, Giacinta e Lucia, i tre pastorelli di Cova di Iria, (i primi due fatti santi il 13 ottobre 2000 da Papa Giovanni Paolo II) sono stati testimoni della reale esistenza dell’inferno… Racconta la veggente Lucia e tutt’ora vivente… “Dicendo queste ultime parole, la Signora aprì le mani, come aveva fatto durante i due mesi precedenti. La luce proveniente da esse sembrava penetrare la terra e vedemmo un mare di fuoco. Immersi in questo fuoco c’erano demoni e anime che sembravano tizzoni trasparenti, alcuni neri o bronzei, in forme umane, portate intorno dalle fiamme che uscivano da essi assieme a nuvole di fumo. Essi cadevano da tutte le parti, proprio come le scintille cadono dai grandi fuochi, leggere, oscillanti, tra grida di dolore e di disperazione, che ci atterrirono fino a farci tremare di paura. (Deve essere stata questa vista che mi fece gridare; la gente infatti dice di avermi sentita dare un grido). I demoni potevano essere distinti dalla loro somiglianza a orribili ripugnanti e sconosciuti animali, incandescenti come carboni accesi. Atterriti e come per supplicare aiuto, alzammo gli occhi verso Nostra Signora, la quale ci disse con gentilezza, ma anche con tristezza: “Avete visto l’inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Al fine di salvarli Dio desidera di stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato””…

Lucia, Francesco e Giacinta

MEDJUGORJE

Nel 1981, i veggenti abitavano tutti nello stesso quartiere di Bijakovici, ai piedi del Podbrdo. Un pomeriggio Jakov e sua cugina Vicka erano sfuggiti alla sorveglianza generale con uno dei loro trucchi, tornavano da Citluk e decisero di andare nella casa dove Jakov abitava con sua mamma, perché avevano fame. La mamma di Jakov, Jaka, era estremamente povera e tutti e due vivevano in due minuscole stanze, senza acqua corrente, nella scomodità caratteristica del Medjugorje antecedente le apparizioni della Madonna. Vicka e Jakov sono arrivati a casa senza fiato e hanno detto a Jaka che avevano fame. Poi si sono messi in un altro angolo per parlare insieme, mentre Jaka preparava loro un piccolo spuntino frugale: dopo dieci minuti li chiama… nessuna risposta! Erano esattamente le 15,20. Jaka entra nell’altra stanza… nessuno! Il sangue le monta alla testa, perché era impossibile che fossero usciti senza che li avesse visti passare. Ha un bel ripensare a ogni minuto passato dopo il loro arrivo, non serve a niente, è incomprensibile… dovrebbero essere là! D’altra parte li aveva sentiti parlare poco tempo prima. Un abisso di angoscia l’afferra. La milizia… ma no, come avrebbe potuto prenderli senza passare dalla cucina? Esce spaventata e trova la mamma di Ivan che scende per il sentiero.– Non hai visto Jakov e Vicka?– No! –

Sale per il sentiero e interroga gli altri vicini, arriva fino ai genitori di Vicka. – No… - risponde Zlata, la mamma di Vicka, scuotendo la testa. Subito si spande la voce che Jakov e Vicka sono spariti e i cuori si serrano per l’angoscia perché gli abitanti di Bijakovici considerano i veggenti come loro figli, come la pupilla dei loro occhi. Passano i minuti, i ragazzi si sono letteralmente volatilizzati; la madre di Vikia è categorica: non sono passati da qui. D’altra parte non li ha visti nessuno. Jaka rientra a casa sua disperata; gira e rigira per la cucina, poi torna nella camera vuota, là dove erano ultimamente, nell’assurda speranza di ritrovarli, di risvegliarsi dall’incubo. Ma non c’è nessuno! Rimuove i due piatti ormai freddi, sistema la vecchia casseruola, mentre nella sua mente passano velocemente le peggiori scene che un’immaginazione di madre possa concepire. Esce e va a sedersi sotto l’alberello vicino a casa. Da lì potrà spiare… Quando ad un tratto alle 15.50 le sembra di sentire un rumore, Non crede alle sue orecchie, viene dalla casa! – Sei tu Jakov? Jakov salta fuori tutto felice e grida a sua madre: - Mamma, mamma! Siamo andati in Cielo! Abbiamo visto il Cielo! – Il Cielo?!! No… non è possibile! Non posso credere che siate andati in Cielo. “Jakov , raccontaci…” chiedono i pellegrini. – La Gospa (Madonna) è venuta e ci ha portato con Lei. Vicka era con me, andate a chiederle, vi racconterà lei… - Vicka non si fa pregare due volte per raccontare il “suo viaggio nell’aldilà”: - Non ce l’aspettavamo – dice – la Gospa è venuta in camera mentre la mamma di Jakov ci preparava la colazione in cucina. Ci ha proposto di partire tutti e due con Lei per vedere il paradiso, il purgatorio e l’inferno. Questo ci ha molto sorpresi e in un primo momento né Jakov né io abbiamo detto di si. – Porta piuttosto Vicka con te – le ha detto Jakov – lei ha molti fratelli e sorelle, mentre io sono l’unico figlio di mia madre. – Infatti, dubitava che si potesse ritornare vivi da una simile spedizione! – Da parte mia – aggiunge Vicka , - mi dicevo – “Dove ci ritroveremo? E quanto tempo ci vorrà? “ Ma alla fine vedendo che il desiderio della Gospa era di portarci con se, abbiamo accettato. E ci siamo ritrovati lassù. – Lassù? – ho chiesto a Vickia, - ma come ci siete arrivati? – Appena abbiamo detto si, il tetto si è aperto e ci siamo trovati lassù! – Siete partiti con il vostro corpo? – Si, come siamo ora! La Gospa ha preso Jakov con la mano sinistra e me con la mano destra e siamo partiti con Lei. Per prima cosa ci ha mostrato il paradiso. – Siete entrati così facilmente in cielo? – Ma no! – mi ha detto Vickia – siamo entrati dalla porta. – Una porta come?- Mah! Una porta normale! Abbiamo visto San Pietro vicino alla porta e la Gospa ha aperto la porta… - San Pietro? Come era? – Mah! Come era sulla terra! – Cioè? – Circa sessanta, settant’anni, non molto alto ma nemmeno piccolo, con i capelli grigi, un po’ ricci, abbastanza tarchiato… - Non vi ha aperto lui? – No la Gospa ha aperto da sola senza chiave. Mi ha detto che era San Pietro, lui non ha detto niente, ci siamo salutati così semplicemente. – Non è parso sorpreso di vedervi? – No, perché? Capisci, eravamo con la Gospa. – Vicka descrive la scena come se si parlasse di una passeggiata fatta non più tardi di ieri, con la famiglia, nei dintorni. Non sente nessuna barriera fra “le cose di lassù” e quelle di quaggiù. E’ perfettamente a suo agio fra queste realtà. Stranamente non si rende conto che la sua esperienza rappresenta un tesoro per l’umanità e che il linguaggio del cielo così famigliare per lei, apre una finestra su un mondo completamente diverso per la nostra società attuale,per noi che siamo “non-veggenti”. – Il paradiso è un grande spazio senza limiti. C’è una luce che non esiste sulla terra. Ho visto tanta gente e tutti sono molto felici. Cantano, ballano… comunicano fra loro in un modo per noi impensabile. Si conoscono nell’intimo. Sono vestiti di lunghe tuniche e ho notato tre colori diversi. Ma questi colori non sono come quelli della terra. Assomigliano al giallo, al grigio e al rosso. Ci sono anche degli angeli con loro. La Gospa ci spiegava tutto. “Vedete come sono felici. Non manca loro niente”. – Vicka puoi descrivermi questa felicità che vivono i beati in cielo? – No non posso descriverla, perché sulla terra non esistono parole per dirlo. Questa felicità degli eletti, la sentivo anch’io. Non posso parlartene, non posso che viverla nel mio cuore. – Non hai avuto voglia di restare lassù e di non tornare più sulla terra? – Si! Risponde sorridendo. Ma non si deve pensare soltanto a se stessi! Sai la nostra più grande felicità è quella di rendere la Gospa felice. Noi sappiamo che vuole tenerci sulla terra ancora per un po’ di tempo per portare i suoi messaggi. E’ una grande gioia condividere i suoi messaggi! Finché ha bisogno di me, io sono pronta! Quando vorrà prendermi con sé sarò pronta ugualmente! E’ il suo progetto, non il mio… - I beati, potevano vederti anche loro? – Certamente ci vedevano! Eravamo con loro! – Come erano? – Avevano circa trent’anni. Erano molto, molto belli. Nessuno era troppo piccolo o troppo grande. Non c’erano persone magre o grasse o malate. Tutti stavano molto bene. – Allora perché San Pietro era più vecchio e vestito come sulla terra? – Breve silenzio da parte sua… la domanda non le era mai venuta in mente. – E’ così, ti racconto ciò che ho visto! – E i vostri corpi erano in cielo con la Gospa non c’erano più sulla terra, in casa di Jakov? – No, certo! I nostri corpi sono spariti dalla casa di Jakov. Tutti ci hanno cercato! E’ durato venti minuti in tutto. – Dopo il paradiso, la Gospa ci ha portati a vedere il purgatorio. E’ un luogo molto scuro e noi non potevamo vedere quasi niente perché c’era come un fumo grigio, molto spesso del colore della cenere. Sentivamo che c’era una quantità di gente ma non potevamo vedere i volti per via di questo fumo. Potevamo però sentire i gemiti e le grida. Sono molto numerosi e soffrono molto. Sentivamo anche delle specie di urti, come se persone si scontrassero. La Gospa ci diceva: “Vedete come queste persone soffrono! Aspettano le vostre preghiere per poter andare in cielo”. Dopo il purgatorio – continua Vicka – la Gospa ci ha mostrato l’inferno. E’ un posto terribile. Nel mezzo c’è un gran fuoco, ma non come quello che conosciamo sulla terra. Abbiamo visto gente assolutamente normale, come quelli che si incontrano per la strada, che si gettavano da soli in quel fuoco. Quando ne uscivano assomigliavano a belve feroci che gridavano il loro odio e la loro ribellione e bestemmiavano… Era difficile credere che fossero esseri umani, tanto erano sfigurati, cambiati… Davanti a questo spettacolo eravamo spaventati e non capivamo come una cosa così orribile potesse succedere a quella gente. Fortunatamente la presenza della Gospa ci rassicurava. Abbiamo anche visto una ragazza molto bella gettarsi nel fuoco: dopo sembrava un mostro. La Gospa allora ci ha spiegato quello che avevamo visto e ci ha detto: - Quella gente è andata all’inferno di sua volontà. E’ una loro scelta, una loro decisione. Non abbiate paura! Dio ha donato a ciascuno la libertà. Sulla terra ognuno può decidersi per Dio o contro Dio. Certe persone sulla terra fanno sempre tutto contro Dio, contro la sua volontà, pienamente consapevoli: cominciano così l’inferno nel loro cuore; quando viene il momento della morte, se non si pentono, è lo stesso inferno che continua. – Gospa – le abbiamo allora chiesto – queste persone, un giorno, potranno uscire dall’inferno? – L’inferno non finirà, coloro che sono là non vogliono ricevere più niente da Dio, hanno scelto liberamente di essere lontani da Dio, per sempre! Dio non vuole forzare nessuna ad amarlo. – Allora chiedo a Vicka: - Se Dio ha il cuore buono, non gli importa lasciare che i suoi figli si perdano così, per sempre? Perché non mette una barriera davanti all’inferno, per esempio, o perché non prende nelle sue braccia tutti quelli che si apprestano a gettarsi nel fuoco per convincerli ad andare con lui invece che con Satana? - Ma Dio fa di tutto per salvarci! Tutto! Gesù è morto per ognuno di noi e il suo amore è grande per tutti. Ci invita sempre ad avvicinarci al suo cuore ma cosa può fare quando non si vuole accettare il suo amore? Niente! L’amore non si può imporre! - Alla fine la Gospa affida loro una missione: Vi ho mostrato tutto questo, perché sappiate che esiste e lo diciate agli altri. Come siete tornati a casa? – Nello stesso modo! Siamo ridiscesi attraverso il tetto e ci siamo ritrovati in camera di Jakov!

L'inferno dogma di fede ribadito a Medjugorje

Ai primi di novembre del 1981 alcuni veggenti hanno visto l'inferno; padre Bubalo rivolgendosi a Vicka: ad un tratto la Madonna è scomparsa e davanti a voi si è aperto l'inferno. L'avete visto tu, Jakov e Marija. Hai scritto che era spaventoso; sembrava un mare di fuoco; dentro c'era tanta gente. Tutti anneriti, sembravano diavoli. Affermi che nel mezzo hai visto una donnaccia bionda, con i capelli lunghi e le corna, e i diavoli che l'assalivano da tutte le parti. Era orribile e basta. Io ho descritto - spiega Vicka - come ho potuto; ma non lo si può descrivere. La Madonna, vi ha detto perché ve lo ha mostrato? Sì, sì; come no! Ce l'ha mostrato per farci vedere come stanno coloro che ci cadono.... Chi può pensare sempre a queste cose? Però non si può neppure dimenticare quello che abbiamo visto. Verso la metà di novembre 1981 Vicka e Jakov sono stati portati dalla Madonna in cielo. La Madonna "mentre ci mostrava il paradiso e l'inferno - racconta Vicka - guardava dove guardavamo noi. La Gospa ha prima mostrato il purgatorio e poi l'inferno. Dalle parole di Vicka si direbbe che i due veggenti siano stati "portati" all'inferno: Fuoco... diavoli... la gente bruttissima! - ripete Vicka -. Tutti con le corna e con la coda. Sembrano tutti diavoli. Soffrono... Dio ce ne preservi e basta. Solo che ho visto di nuovo quella donnaccia bionda e con le corna. Lei soffre in mezzo a quel fuoco; e i diavoli intorno a lei. Orribile e basta. La Madonna - chiede ancora p. Bubalo - quindi non vi ha proibito di raccontarlo? Non ce l'ha proibito; anzi, ci ha detto di raccontarlo. Più avanti Vicka aggiunge: Credo che sarebbe molto utile che gli uomini non si dimenticassero mai che, un giorno, saremo tutti giudicati da Dio. Esiste una differenza terribile tra il Paradiso e l'Inferno. Io l'ho vista. Che Dio ci salvi dall'Inferno! (da Mille incontri con la Madonna, Janko Bubalo, Ed. Messaggero, Padova 1985, pagine varie). Anche Jakov Colo dice di aver visto l'inferno: Ho visto una grande, grande fiamma e gli uomini dentro. Che faccia avevano questi uomini? Nera. Stanno nella fiamma e quando escono dalla fiamma diventano neri, cambiano. Non sono proprio uomini, sono tra uomini e bestie, una combinazione. E Maria cos'ha detto quando avete visto l'inferno? "Qui arrivano quelli che non hanno seguito la strada di Dio. A Marija Pavlovic è stato chiesto: La Madonna ha detto quando il Satana sarà schiacciato? A me no. Tu hai visto Satana? Sì, nell'inferno. Cosa fa? Alza il fuoco. Che faccia ha? Ha una faccia nera. A noi quando si è presentato, si è mostrato come una ragazza. L'abbiamo visto per un attimo, forse un minuto, come lo spezzone di un film. Era nera, con i capelli lunghi, l'aspetto trasandato, sembrava che sfuggisse una pietra che voleva raggiungerla; lei scappava. Satana fa paura oppure attira a sé? Sicuramente fa paura. Perché fa paura? Non so perché fa paura. Ha una faccia umana Satana? Sì, però spaventosa. Che colore ha la sua faccia? Piuttosto nera, che bianca. Da 12 anni di apparizioni di René Laurentin, stralciamo la parte di un'intervista che Marija rilasciò nel novembre 1986: Nostra Signora vi ha rivelato se un'anima del purgatorio può essere perduta ed andare all'inferno? No, una volta che essi sono in purgatorio, non possono andare che al Cielo. A vostro parere, le persone che costantemente vanno di male in peggio, o dal male al bene, e che tuttavia amano Dio, andranno all'inferno? Io non so. Quando un uomo muore, Dio gli concede delle grazie e benedizioni speciali per decidere egli stesso dove vuole andare. Dio gli concede un'immagine della propria vita e di ciò che ha fatto durante questa vita, e così gli concede la grazia di decidere dove andrà, secondo quale è stata la sua vita. Egli ha libera scelta. Questi raggiunge l'esperienza di alcuni morenti che vedono tutto il loro passato sfilare davanti ai loro occhi, istantaneamente, con un giudizio chiaro del bene e del male. Bene, voi volete evitare l'inferno ed andare al Cielo. Che cosa accade in quel caso. Dio ci concede delle grazie speciali per capire pienamente e rispondere così in tutta verità. Dunque, Egli vi concede molte grazie per dire: 'Dio, io voglio il Cielo e voglio evitare l'inferno o il purgatorio" (come un siero della verità)? Sì, è così. Voi avete visto l'inferno, avete visto una ragazza che era vicino alle fiamme. Avete visto la sua figura? [Marija aveva parlato di questa ragazza prima dell'intervista registrata]. Noi l'abbiamo vista nell'inferno ed ella era tra le fiamme. Ella uscì ed aveva qualcosa di animalesco nella sua figura. Qualcosa di selvaggio. Nell'inferno, quando voi avete visto questa ragazza, Nostra Signora vi ha detto perché ella si trovava là? Ella non ce l'ha detto. È la sola persona che avete visto? No, c'era molta gente. Ma noi l'abbiamo notata perché si trovava tra le fiamme. Lei soffriva molto? Tutti coloro che sono nell'inferno correvano per evitare le fiamme. Essi soffrono moltissimo. Ma Dio concede a ciascuno la libertà di decidere dove andare. Queste persone avevano scelto l'inferno. Allora Dio non manda nessuno all'inferno, essi decidono per se stessi? Sì, noi siamo giudici della nostra vita. Quando avete visto l'inferno, avete visto altri dèmoni o Satana stesso? Io ho avuto una visione dell'inferno. Ma non mi trovavo lì. Sì, ma durante la vostra visione avete visto dei dèmoni o Lucifero? Noi non potemmo vedere Satana, ma Mirjana, un'altra veggente, che vive a Sarajevo, l'ha visto una volta [...] come un bel giovane uomo. Mirjana era a casa sua e la sua porta era chiusa. Improvvisamente apparve un giovane uomo. Egli tentava di convincerla a rinunciare alle apparizioni, promettendole tutti i tesori del mondo se ella avesse rinunciato. Ma ella prese dell'acqua benedetta, si fece il segno della croce e lui sparì. Allora Nostra Signora apparve immediatamente e le parlò. Lei, dunque, si era resa conto che c'era il demonio? Sì. Le promesse di Satana erano vane o lui aveva veramente il potere di compierle? Lei ha pensato che aveva questo potere? Sì, sì, il demonio ha un grande potere. E questa fu una grande tentazione per Mirjana. Ella sentiva che le forze la stavano abbandonando. Così, ella è stata presa da una forte tentazione? Sì, molto grande. Ai veggenti è stato chiesto singolarmente: hai visto qualcos 'altro oltre la Madonna e Gesù? Essi hanno risposto: Marija Pavlovic: Abbiamo visto il paradiso, il purgatorio e l'inferno, dove le persone soffrono e penano: è qualcosa di orribile. Vicka Ivanhovic: Abbiamo visto il paradiso e l'inferno: in mezzo c'è un gran fuoco, ma non c'è brace, niente. Solo le fiamme. Molte persone passano una dopo l'altra piangendo... Che Dio ce ne guardi! Ivanka Jvankovic:... l'inferno e il cielo. Mirjana Dragicevié: Sì, ho visto una volta il diavolo. Aspettavo la Madonna e proprio nel momento in cui avrei voluto fare il segno della croce, mi è apparso lui al suo posto. Allora mi sono spaventata. Lui mi ha promesso le cose più belle del mondo, ma io ho detto: No! Allora è scomparso d'un tratto ed è apparsa la Madonna. Mi ha detto che lui tenta sempre di distogliere il vero credente dalla giusta strada.

Santa SUOR FAUSTINA KOWALSKA

Dal suo diario apprendiamo quanto segue… 20.x.1936. (II° Quaderno)

Oggi, sotto la guida di un angelo, sono stata negli abissi dell'inferno. E un luogo di grandi tormenti per tutta la sua estensione spaventosamente grande. Queste le varie pene che ho viste: la prima pena, quella che costituisce l'inferno, è la perdita di Dio; la seconda, i continui rimorsi di coscienza; la terza, la consapevolezza che quella sorte non cambierà mai; la quarta pena è il fuoco che penetra l'anima, ma non l'annienta; è una pena terribile: è un fuoco puramente spirituale acceso dall'ira di Dio; la quinta pena è l'oscurità continua, un orribile soffocante fetore, e benché sia buio i demoni e le anime dannate si vedono fra di loro e vedono tutto il male degli altri ed il proprio; la sesta pena è la compagnia continua di satana; la settima pena è la tremenda disperazione, l'odio di Dio, le imprecazioni, le maledizioni, le bestemmie. Queste sono pene che tutti i dannati soffrono insieme, ma questa non è la fine dei tormenti. Ci sono tormenti particolari per le varie anime che sono i tormenti dei sensi. Ogni anima con quello che ha peccato viene tormentata in maniera tremenda e indescrivibile. Ci sono delle orribili caverne, voragini di tormenti, dove ogni supplizio si differenzia dall'altro. Sarei morta alla vista di quelle orribili torture, se non mi avesse sostenuta l'onnipotenza di Dio. Il peccatore sappia che col senso col quale pecca verrà torturato per tutta l'eternità. Scrivo questo per ordine di Dio, affinché nessun'anima si giustifichi dicendo che l'inferno non c'è, oppure che nessuno c’è mai stato e nessuno sa come sia. Io, Suor Faustina, per ordine di Dio sono stata negli abissi dell'inferno, allo scopo di raccontarlo alle anime e testimoniare che l'inferno c'è. Ora non posso parlare di questo. Ho l'ordine da Dio di lasciarlo per iscritto. I demoni hanno dimostrato un grande odio contro di me, ma per ordine di Dio hanno dovuto ubbidirmi. Quello che ho scritto è una debole ombra delle cose che ho visto. Una cosa ho notato e cioè che la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l'inferno. Quando ritornai in me, non riuscivo a riprendermi per lo spavento, al pensiero che delle anime là soffrono così tremendamente, per questo prego con maggior fervore per la conversione dei peccatori, ed invoco incessantemente la Misericordia di Dio per loro. O mio Gesù, preferisco agonizzare fino alla fine del mondo nelle più grandi torture, piuttosto che offenderTi col più piccolo peccato.

http://medjugorje.altervista.org/doc/inferno/index.php

IO SONO TUO PADRE


Quando ti sei svegliato questa mattina
ti ho osservato ed ho sperato
che tu mi rivolgessi la parola, però
ho notato che eri molto occupato a cercare
il vestito giusto da metterti per andare
a lavorare. Ho continuato ad aspettare
ancora mentre correvi in casa per vestirti
e sistemarti, sapevo che avresti avuto
del tempo anche solo per fermarti un momento
e dirmi “Ciao!”, però eri troppo
occupato. Per questo ho acceso il cielo
per te, l’ho riempito di colori e di canti
di uccelli per vedere se così mi ascoltavi,
però nemmeno di questo ti sei reso conto.
Ti ho osservato mentre ti accingevi al
lavoro e ti ho aspettato pazientemente
tutto il giorno, ma tu eri troppo occupato
per dirmi qualcosa. AI tuo rientro ho visto
la stanchezza sul tuo volto ed ho pensato
di rinfrescarti un poco facendo cadere
una lieve pioggia, perchè questa la portasse
via; il mio era un dono, ma tu ti sei
infuriato ed hai offeso il mio nome.
Desideravo tanto che tu mi parlassi…
c’era ancora tanto tempo, ho pensato.
Dopo hai acceso il televisore, ti ho aspettato
pazientemente, mentre guardavi la
TV, hai cenato e ti sei immerso nel tuo
mondo, ti sei dimenticato nuovamente di
parlare con me.
Ho notato che eri stanco ed ho compreso
il tuo desiderio di silenzio e così ho fatto
scendere il sole e al suo posto ho disteso
una coperta di stelle ed al centro di questo
ho acceso una candela: era uno spettacolo
bellissimo, ma tu non ti sei accorto di nulla.
AI momento di dormire, dopo aver augurato
la buona notte alla tua famiglia, ti
sei coricato e quasi immediatamente ti
sei addormentato. Nemmeno ti sei accorto
che io sono sempre con te. Bene, ti
sei svegliato ed ancora una volta io sono
qui che aspetto, senza nient’altro che il
mio amore per te, sperando che oggi tu
possa dedicarmi un po’ del tuo tempo.
Ti amo tanto
che attendo tutti i giorni una
preghiera, i doni che ti ho dato oggi sono
il frutto del mio amore per te.
Buona giornata…

Dio “tuo Padre”



LE 4 REGOLE DEL SILENZIO

1 - Soffocare il mormorio interiore L'anima creata e ricreata con il Battesimo è stata avvolta da un silenzio che è pudore e creazione. Il Silenzio è musica, è danza estetica in cui Dio colma l'anima vergine della Sua presenza. La disciplina del Silenzio compie, congiuntamente alla Grazia, quello che i sedimenti del tempo hanno accumulato sulla nostra anima confusa, obnubilata, disturbata dal rumore esterno ed interno. a. Il Mormorio dei ricordi: non dargli peso, concentrati sulla Grazia. b. Disciplina la curiosità. Quella delle novità, del comportamento altrui e soprattutto quella intellettuale. c. Non dare spazio alle Preoccupazioni (vd Mt. 6,24-34). Dio viene quando dorme ciò che appartiene alla terra. 2 - Evita le critiche e i giudizi interni Osserva, anche per un solo giorno, il corso dei tuoi pensieri: ti sorprenderà la frequenza e la vivacità delle tue critiche interne con immaginari interlocutori, se non altro con quelli che ti stanno vicino. Qual è di solito la loro origine? Questo: lo scontento a causa dei vicini più stretti che non ci vogliono bene, non ci stimano, non ci capiscono; sono severi, ingiusti o troppo gretti con noi o con altri "oppressi". Siamo scontenti dei nostri fratelli soprattutto dei più vicini: la Famiglia, gli amici, i conoscenti, i colleghi di lavoro, ecc. Allora nel nostro spirito si crea un tribunale, nel quale siamo procuratore, presidente, giudice e giuria; raramente avvocato, se non a nostro favore. Si espongono i torti; si pesano le ragioni; ci si difende; ci si giustifica; si condanna l'assente. Da qui nasce la vendetta, il rancore, la rabbia, con un enorme spreco di forze e, cosa peggiore, il declino totale della nostra maturazione. Il dovere contemplativo è un dovere che nasce dallo Spirito. Dalla tua contemplazione nascono le tue ragioni e la tua capacità di convincere; la Verità compie la Sua strada sia attraverso te che oltre te stesso. 3 - Combatti le ossessioni e i fantasmi del cuore Le idee e le immagini che affiorano alla mente sono spesso fantasmi che prendono corpo da un guazzabuglio interiore. Per questo esse vanno filtrate alla luce di Dio. Ridimensionate , evangelizzate, purificate, collocate nella Sua Luce. Altrimenti esse ti divorano portandoti alla dissociazione del sé. 4 - Non preoccuparti di te stesso Non parlare di te con te stesso in maniera morbosa e insistente. I momenti di esame di coscienza vanno fatti alla Luce di Dio, la quale non giudica mai ma ti accoglie e ti da l'esatta dimensione della realtà che sei e in cui vivi. a. Non trarre conclusioni sulle difficoltà della tua vita b. Non sopravvalutare le tue pene e i tuoi sacrifici c. Non avere un "amore ambizioso" della tua anima Impara a cogliere la Grazia dell'istante. Solo chi cerca e vive il silenzio la coglie; solo così si può aderire a ciò che Dio ti dice, momento per momento. Cerca di piacere a Dio, ora, e nulla più. Fa' quanto puoi. Tu sei membro del corpo mistico di Cristo, forse il meno nobile, ma non inutile. Di' dal profondo ma sereno: "Santa Maria, Madre di Dio, prega per me, povero peccatore". E vivi in pace, sotto la protettrice ala di Dio che ti ama.

HO BISOGNO DI SILENZIO

Signore,

sto camminando per la strada,

in mezzo alla gente,

in mezzo alla confusione

di tutti i giorni.

La gente corre verso cose

in cui neppure crede;

io sto correndo verso di te,

verso la vita,

sento di aver bisogno di te, o……ra.

Ti sembrerà strano,

ma mi sento solo

in mezzo a tanta gente;

ho bisogno di silenzio,

di te, della tua comprensione,

e della sicurezza che solo tu sai dare.

Ho bisogno di fermarmi,

per riflettere.

Entro nella tua casa,

tu mi stavi aspettando

e io aspetto te.

Grazie per avermi saputo attendere

senza mai chiedere

il perché del mio ritardo


OPERA SANTO SPIRITO